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L’arte di lasciare andare: un viaggio interiore verso la libertà

da | Apr 1, 2025 | Psicosintesi

Lasciare andare non è solo liberarsi di ciò che non serve più, ma un viaggio interiore per comprendere i nostri attaccamenti a persone, emozioni e convinzioni. Questo processo continuo ci spinge a riconoscere le parti di noi legate a esperienze passate, spesso radicate nell'infanzia. Richiede il coraggio di affrontare il vuoto e sviluppare nuove risorse, allineandosi al nostro desiderio di espansione e libertà.

Lasciare andare. Un’espressione semplice, eppure carica di significati profondi e spesso di sfide complesse. Quante volte ci siamo trovati di fronte a situazioni, persone, emozioni o convinzioni che sentivamo di dover abbandonare, ma che in qualche modo continuavano a tenerci ancorati al passato? Come si fa, concretamente, a lasciare andare? E soprattutto, qual è il vero significato di questo processo interiore così cruciale per la nostra crescita e il nostro benessere?

In questo spazio, voglio condividere con voi una riflessione profonda sull’arte del lasciare andare, offrendovi spunti preziosi per comprendere le dinamiche sottostanti e per intraprendere questo viaggio verso una maggiore libertà interiore.

Cosa significa veramente lasciare andare?

Prima di addentrarci nel “come”, è fondamentale chiarire il “cosa”. Lasciare andare presuppone innanzitutto l’essere in possesso di qualcosa, l’essere attaccati a qualcosa. Questo “qualcosa” può assumere molteplici forme nella nostra vita. Per noi esseri umani, l’arte del lasciare andare si traduce nel chiederci, in primo luogo, a cosa siamo realmente attaccati e cosa stiamo trattenendo con tenacia.

Ma cosa trattiene l’essere umano per definizione? Gli elementi a cui siamo più profondamente legati sono spesso quelli che ci hanno permesso di vivere in un determinato modo per un periodo di tempo considerevole. Facciamo degli esempi concreti per rendere questo concetto più tangibile.

Innanzitutto, possiamo essere attaccati alle persone. Relazioni affettive, amicizie, legami familiari, anche quelli che ci procurano sofferenza, possono diventare ancore emotive difficili da sciogliere.

Poi ci sono gli ambienti. I luoghi in cui abbiamo trascorso momenti significativi della nostra vita, come una casa d’infanzia ricca di ricordi, un ambiente di lavoro in cui abbiamo costruito la nostra carriera (anche se ora non ci soddisfa più), o un gruppo di amici con cui abbiamo condiviso gioie e dolori.

Siamo profondamente attaccati alle nostre emozioni. Paura, rabbia, tristezza, ma anche una forma di conforto distorto che a volte proviamo nel rimanere in situazioni negative, possono diventare abitudini emotive difficili da abbandonare.

Le nostre convinzioni e idee rappresentano un altro potente elemento di attaccamento. Il modo in cui vediamo il mondo, le nostre certezze, anche quelle che ci limitano, possono essere difficili da mettere in discussione e da lasciare andare.

Le speranze e gli impulsi giocano anch’essi un ruolo importante. La speranza che una situazione cambi magicamente, o l’impulso a reagire sempre nello stesso modo di fronte a determinati stimoli, possono mantenerci bloccati in schemi ripetitivi.

Infine, le nostre credenze, sia quelle più profonde sulla vita e sul nostro valore, sia quelle più superficiali, possono influenzare profondamente la nostra capacità di lasciare andare ciò che non ci serve più.

Se ci riflettiamo attentamente, tutti questi elementi hanno contribuito a plasmare le nostre esperienze passate. Ci hanno portato a vivere determinate situazioni e a reagire in specifici modi.

Quando dentro di noi qualcosa cambia: il momento di lasciare andare

Il bisogno di lasciare andare emerge spesso quando avvertiamo un disagio interiore, quando ci rendiamo conto che una determinata situazione o relazione non ci nutre più, anzi, ci appesantisce. È come se dentro di noi si muovesse qualcosa che sta rompendo un certo equilibrio, qualcosa che non ha più voglia di continuare a vivere in una determinata circostanza o situazione.

Ci chiediamo: “Come faccio a lasciare andare questa persona che amo ma che mi fa soffrire?”, “Come posso liberarmi da questo posto di lavoro che mi stressa così tanto?”, “Come superare il legame difficile con un familiare che mi crea continue tensioni?”, “Come posso allontanarmi da un’amicizia che sento tossica?”.

Queste domande sono il segnale che dentro di noi è iniziato un processo di consapevolezza, un desiderio di cambiamento che ci spinge a considerare la necessità di lasciare andare.

Il legame tra ciò che lasciamo andare e la nostra identità

Un aspetto cruciale da considerare è che ogni situazione, ogni circostanza, ogni persona con cui abbiamo interagito per un periodo significativo della nostra vita ha contribuito a sviluppare una parte specifica della nostra personalità.

Per stare in una certa relazione, per adattarci a un ambiente di lavoro, per aderire a una particolare credenza, abbiamo sviluppato un modo di essere specifico, una sorta di “abito” indossato per quella determinata circostanza o situazione.

Come sappiamo, la Psicosintesi attraverso il concetto di “animo molteplice” ci offre una chiave di lettura interessante: è come un contenitore intrapsichico che racchiude una serie di “personaggi” o parti di noi che emergono a seconda del contesto e delle relazioni in cui ci troviamo.

Lasciare andare, quindi, non significa semplicemente allontanarsi da una persona, licenziarsi da un lavoro, staccarsi da un ambiente o smettere di credere in qualcosa. Sotto sotto, implica lasciare andare quella specifica parte di noi che in quella situazione ha vissuto un’esperienza, ha sviluppato determinate capacità e abilità, e che ora non ci serve più o ci limita.

L’esempio delle relazioni: un riflesso delle nostre dinamiche interne

Prendiamo l’esempio concreto delle relazioni, quelle che spesso sono fonte di grande sofferenza. A volte può sembrare facile chiudere una relazione con un partner, ma se non risolviamo dentro di noi la dinamica che ci ha portato a vivere quella specifica esperienza, è molto probabile che incontreremo un altro partner che ci farà rivivere dinamiche simili, se non peggiori. Cambia la “faccia”, ma di fatto l’esperienza interiore si ripete.

Quindi, cosa dobbiamo realmente lasciare andare? Dobbiamo lasciare andare quella parte di noi che si è costruita un’identità e un modo di relazionarsi specifico all’interno di quella dinamica.

Le radici profonde dei nostri attaccamenti: l’influenza delle prime esperienze

Purtroppo, o forse per comprenderci meglio, esistono dentro di noi delle parti che spesso, anzi quasi sempre, hanno un’origine nei primi anni della nostra vita, nella relazione con i nostri genitori. Inconsciamente, tendiamo a ricreare nelle nostre vite adulte situazioni analoghe a qualcosa che abbiamo già conosciuto nell’infanzia.

Questo accade perché quelle parti di noi sono state “addestrate”, si sono “forgiate” in un contesto familiare simile. È in quel tipo di ambiente che si sentono a loro agio, al sicuro, anche se si tratta di una situazione o di una relazione che ci procura sofferenza.

Per questo motivo, il vero lavoro da fare è capire dentro di noi l’origine di quel nostro comportamento, di quel nostro attaccamento. Ricordiamoci che sull’altro non abbiamo potere, non possiamo cambiarlo. L’unico potere che abbiamo è su noi stessi. Lasciare andare, quindi, significa entrare in relazione profonda con se stessi e capire cosa dentro di noi ci porta a vivere una determinata esperienza.

Il desiderio inconscio di cambiamento e la “legge di vibrazione”

Solitamente, il bisogno di lasciare andare emerge perché qualcos’altro, sotto la soglia della nostra coscienza, a nostra insaputa, ci spinge a vivere qualcosa di nuovo. Questo può accadere perché abbiamo sofferto tanto in una determinata situazione, o perché, strada facendo, una parte della nostra coscienza ha osservato dinamiche diverse, più sane e appaganti, in altre realtà.

Tornando all’esempio delle relazioni, magari io sono sempre stata con partner che mi trascurano. Però, crescendo, osservo che esistono coppie che funzionano, coppie che si cercano, che si vogliono bene reciprocamente, e desidero anche io quella stessa cosa.

La prima reazione potrebbe essere quella di cercare di cambiare la mia relazione attuale. Alcuni potrebbero addirittura decidere di lasciare il partner. Ma se io non cambio dentro di me quella parte della mia personalità che, in realtà, si trova “bene” (o meglio, in un ambiente familiare) dove è trascurata, molto probabilmente incontrerò qualcun altro che mi trascurerà.

Questa dinamica non è una legge punitiva, ma piuttosto una “legge di vibrazione”. Nella trascuratezza, ho forgiato molti aspetti del mio essere interiore, ho imparato a muovermi in quel contesto, e quindi tenderò a incontrare qualcosa che vibra in maniera analoga, per associazione. Ci metteremo insieme perché, a un livello profondo, quella dinamica mi è familiare.

Lavorare sui nostri attaccamenti: un atto di coraggio

Lasciare andare significa davvero lavorare sulle nostre parti interne e sui nostri attaccamenti. Perché se devo lasciare andare qualcosa, è perché sono attaccata a quella cosa. La prima domanda che dovremmo porci è: qual è la parte di me che vuole rimanere in questa situazione?

È chiaro che se soffro, razionalmente vorrei andar via. Ma qual è quella parte di me che mi ha portato lì? Qual è la parte di me che ha reputato “normale” quel tipo di contesto, anche se doloroso?

La seconda domanda, forse un po’ provocatoria, è: qual è il vantaggio? Qual è il vantaggio, a qualsiasi cosa ci stiamo riferendo (un partner, un lavoro, uno stato d’animo, un’idea), se sappiamo che c’è una parte di noi che in realtà desidera proprio quella cosa lì?

Questa è una domanda difficile da digerire, un vero e proprio “osso duro”. Ma che vantaggio ne traiamo? Qual è il vantaggio per la nostra coscienza nel rimanere attaccati a qualcosa che ci fa soffrire?

È una grande provocazione, che richiede un atto di coraggio per essere affrontata e, soprattutto, per darsi il tempo e lo spazio necessari per trovare una risposta autentica. Lasciare andare, come l’accettazione, è un processo che richiede un periodo di elaborazione e di gestazione. Non può essere tutto immediato e veloce.

I possibili vantaggi (inconsci) del rimanere attaccati

A volte, il vantaggio di rimanere in una situazione di grande costrizione e sofferenza, per quanto paradossale possa sembrare, è che in qualche modo mi so muovere lì. Ho costruito tutta la mia vita, tutte le mie convinzioni su quel significato, su quel “quadretto”, su quella persona.

Inoltre, rimanere attaccati a ciò che conosciamo può rappresentare un grande alibi per non sviluppare nuove risorse. Se voglio uscire da una situazione di sofferenza, ma nel profondo la ritengo una cosa “normale”, significa che forse manca un po’ la capacità di far emergere nuove parti di me, nuove qualità, nuove risorse per affrontare la vita in modo diverso.

Questo comporta una fatica, un impegno. Non è così immediato e facile. Quindi, a volte, rimaniamo attaccati a certe situazioni, a certe emozioni o a certe idee perché il cambiamento comporta fatica, comporta l’ignoto, comporta la messa in discussione di tutto ciò che ci siamo costruiti nella nostra mente per tantissimo tempo.

La paura del vuoto e la ricerca di certezze

Il cambiamento spesso implica l’entrare in un periodo di vuoto assoluto, un vuoto di punti di riferimento, un vuoto di persone magari, un vuoto anche di abilità e di talenti che pensavamo di avere in un determinato contesto.

Il vuoto spaventa l’essere umano. Tendiamo a colmare questi spazi di apparente “nulla” con qualsiasi cosa, pur di non rimanere lì, nell’ignoto, nell’incertezza, nel dubbio. Spesso è molto più facile rimanere in una brutta realtà certa che affrontare una fase transitoria di vuoto assoluto, dove ci si sente molto soli.

Eppure, quella solitudine può portare a un contatto profondo con la propria verità, con ciò che realmente desideriamo e con chi siamo veramente al di là dei ruoli e delle maschere che indossiamo.

Lasciare andare: un’arte in continua evoluzione

Lasciare andare è un’arte, un processo continuo che non ha mai una fine definitiva. Ciclicamente, ci troviamo di fronte alla necessità di lasciare andare cose che non ci vanno più bene, esattamente come ci liberiamo di un paio di jeans rotti, di scarpe vecchie o di maglie che ci stanno troppo strette.

Contemporaneamente, questo processo comporta il riconoscere nuove parti di sé, o addirittura lo svilupparle, perché non sempre magari sono già presenti in noi, ma possiamo lavorare attivamente per farle fiorire.

L’arte del lasciare andare è proprio un apprendimento che dura tutta la vita, e forse è veramente uno dei nostri più grandi scopi esistenziali. In un’ottica in cui la coscienza umana anela alla creatività e all’espansione costante, è chiaro che tutto ciò che la limita deve essere lasciato andare, abbandonato, “distrutto” per fare spazio al nuovo.

Due approcci al lasciare andare: cercare un significato o girare le spalle

Ognuno di noi ha le proprie modalità per affrontare questo processo. Possiamo scegliere di voltare semplicemente le spalle a qualcosa che non ci sta più bene, senza farci troppe domande, e proiettarci direttamente sul nuovo.

Oppure, possiamo intraprendere un lavoro più introspettivo, cercando di capire qual è la parte di me che chiude un ciclo con una dimensione limitante o di sofferenza, e andare a migliorare, a “guarire” quella parte.

L’importanza di comprendere la nostra storia

Nel momento in cui semplicemente voltiamo le spalle a qualcosa, di fatto non abbiamo compreso granché della nostra storia, della nostra vita. E se non capiamo, se non diamo un senso, se non torniamo alle origini di ciò che abbiamo vissuto, rischiamo di perdere anche i preziosi insegnamenti e i conseguimenti di quell’esperienza.

È implicito nella coscienza umana che non ammette sprechi. Tutto ciò che viene vissuto, anche il dolore e la sofferenza, è una gemma preziosa che contribuisce a costruire un sé sempre più autoconsapevole, sempre più in contatto con la propria essenza e con l’infinito.

Anche quelle situazioni che apparentemente non portano a nulla, in realtà, hanno un significato profondo. Non è possibile che un’esperienza, per quanto negativa possa sembrare, non ci lasci qualcosa di importante.

Il coraggio di stare nel vuoto e di sviluppare il nuovo

Questi sono concetti complessi, a volte difficili da accettare. Eppure, non facciamo mai nulla che non ci serva, e anche quando siamo attaccati a qualcosa di doloroso, c’è comunque un vantaggio da qualche parte, anche se spesso è nascosto nel nostro inconscio.

Il punto cruciale è riuscire a liberarci da situazioni che limitano il nostro cammino, avendo il coraggio di stare nel vuoto, di affrontare l’incertezza, e di guarire quelle parti di noi che, per qualche motivo, “colludono” con elementi di sofferenza e tendono a rimanere in quella zona di comfort distorta.

Allo stesso tempo, possiamo allenarci attivamente a sviluppare il nuovo dentro di noi. Possiamo decidere di far emergere risorse che sento di non avere, di coltivare nuove parti del mio essere che sento ancora inespresse o in latenza.

Questo può essere un lavoro molto arricchente e creativo, che si allinea perfettamente con il proposito esistenziale dell’essere umano: vivere una vita di espansione, di creatività e di bellezza, lasciando andare ciò che non ci serve più per fare spazio al fiorire del nostro pieno potenziale.

In conclusione

L’arte di lasciare andare non è un compito facile, ma è un viaggio interiore fondamentale per la nostra evoluzione. Richiede consapevolezza, coraggio e la volontà di esplorare le profondità del nostro essere. Comprendere i nostri attaccamenti, interrogarci sui vantaggi nascosti del rimanere ancorati al passato e avere il coraggio di affrontare il vuoto sono passi essenziali per liberarci da ciò che ci limita e abbracciare una vita più piena e autentica.

È un processo continuo, un’arte che impariamo e perfezioniamo lungo tutto il corso della nostra esistenza.

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