Con l’articolo di oggi voglio addentrarmi con te in un argomento che tocca corde molto profonde dentro di noi e che, diciamocelo, ci accompagna spesso nella vita: il senso di colpa. Che cos’è veramente? E da dove nasce questa sensazione così invadente?
Il senso di colpa è quel momento, quella condizione interiore, in cui sentiamo di aver sbagliato qualcosa. Ma non è solo un sentimento legato a un’azione specifica. Spesso, e questo è un vizio piuttosto diffuso in noi esseri umani, finiamo per identificarci con i nostri stati d’animo.
Cosa significa identificarsi con uno stato d’animo? Significa che ogni volta che proviamo un’emozione particolarmente intensa, pervasiva o che si prolunga nel tempo, la nostra coscienza, che possiede una sua intrinseca intelligenza (potremmo definirla di livello superiore), tende a identificarsi, quasi a fondersi, con quell’elemento che pure le appartiene. E così, invece di sentirci in colpa per qualcosa che abbiamo fatto, finiamo per essere colpevoli, totalmente, nella nostra intera persona. Il senso di colpa diventa un marchio, un’identità. Non è più “ho fatto uno sbaglio”, ma “io sono sbagliato”.
Ora, è fondamentale comprendere che il senso di colpa nasce sempre da un giudizio. Qualcosa dentro di noi sta emettendo una sentenza. Sta giudicando come sbagliato un nostro comportamento, un’azione che abbiamo compiuto. Ma non solo. Questo giudizio può estendersi anche a un nostro modo di pensare, a un’idea che abbiamo avuto. E, ancora più in profondità, può arrivare a giudicare come sbagliate persino le nostre emozioni. Quante volte ci sentiamo in colpa per provare rabbia, tristezza, o persino gioia in un momento “inopportuno”?
Come spesso accade con i movimenti interiori così sottili e potenti, il senso di colpa ha una radice lontana nel tempo. Non nasce nel qui e ora, non ha a che fare esclusivamente con la fase adulta della nostra vita. Le sue origini affondano nella nostra fase evolutiva bambina, in un’età precoce, nei primi anni della nostra esistenza.
Il giudizio interiore: la radice del senso di colpa
Il senso di colpa è indissolubilmente legato al giudizio. Questo significa che tutte le volte che mi sentirò sbagliato, vuol dire che dentro di me c’è una parte che sta dicendo, che sta affermando che io sono sbagliato. Questa parte, nel linguaggio della psicosintesi, viene chiamata il giudice interiore, o il critico interiore. È un po’ l’equivalente di quello che nella psicoanalisi freudiana è chiamato il Super-io.
Possiamo pensare al giudice interiore come a una sorta di mediatore interno. Un mediatore tra le nostre istanze interne – i nostri impulsi più profondi, i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre fantasie – e le richieste che arrivano dall’esterno, dal mondo in cui siamo immersi. Questi due mondi, quello interno e quello esterno, vengono in qualche modo messi in relazione, arbitrati attraverso un filtro. Questo filtro, il nostro giudice interiore, ci dice che cosa è meglio fare per noi. Ma attenzione: non necessariamente ciò che è meglio per la nostra autentica felicità o realizzazione, quanto piuttosto ciò che è meglio per essere accettati in quel mondo esterno. Oppure, viceversa, ci dice come quel mondo esterno dovrebbe essere per far sì che noi lo accettiamo, per essere consono alle nostre idee, alle nostre credenze, ai nostri valori (spesso ereditati).
Capiamo bene, quindi, che il senso di colpa ha un’origine molto lontana. Perché da dove viene tutto questo corollario di regole, di aspettative sul “buon comportamento”? Da dove viene questa idea che per essere accettati, per essere voluti bene, per essere amati, dobbiamo comportarci in un certo modo? La risposta, come spesso accade quando esploriamo le dinamiche interiori profonde, arriva dal passato. Arriva dalle figure genitoriali, dalle figure di riferimento che hanno plasmato i nostri primi anni di vita.
Per questo, è così importante imparare a mettere in relazione la nostra vita di oggi con quella che è stata la nostra vita di ieri. Le teorie sullo sviluppo umano, in cui credo molto, ci dicono che non solo la prima infanzia, ma addirittura la fase prenatale e perinatale (i primi mesi dopo la nascita) e i primi 7-8 anni di vita, sanciscono una sorta di timbro: un’impronta fisiologica, emotiva, psicologica e mentale che determinerà profondamente il nostro comportamento futuro e la stessa strutturazione di parti della nostra personalità. Queste parti si formano in virtù di quello che è stato vissuto, sia in maniera implicita che esplicita.
Le origini lontane: l’impronta dell’infanzia
Cosa intendo per vissuto in maniera implicita ed esplicita? Intendo sia il modello educativo e esistenziale che ci è stato trasmesso dai nostri genitori o dalle figure di riferimento (il modo in cui si comportavano, i loro valori, le loro reazioni), sia i veri e propri ordini, comandi, appellativi, parole dette, regole impartite in maniera molto chiara all’interno della famiglia d’origine.
È importante sottolineare che questo è un processo naturale e in parte necessario. I genitori hanno una funzione educativa fondamentale. Non hanno solo il compito di accudire, amare e nutrire, ma devono anche dare delle regole, stabilire dei paletti, impartire delle discipline. In questo senso, aiutano il bambino a crescere e a integrarsi in quello che per loro è il modo giusto di stare al mondo.
Però, ed è qui che sta la sottile differenza, quello che è giusto per loro non significa necessariamente che il bambino sia in realtà accolto e amato per quello che è veramente, nella sua spontaneità e unicità. C’è una grande differenza tra non dare nessuna regola, lasciando che il caos imperi (sia dentro che fuori il bambino), e darne troppe, soprattutto se accompagnate da giudizi costanti.
Il giudizio, infatti, ha a che fare proprio con un comportamento che, in tempi non sospetti, ha fatto soffrire qualcuno (spesso un genitore) o lo ha fatto arrabbiare. E così, tutte le volte che noi, anche da adulti, ci troviamo in una situazione in cui proviamo senso di colpa, quella colpa, in ultima analisi, arriva da chi nel nostro passato ci ha fatto sentire sbagliati per quel sentimento che provavamo, per quell’azione che compivamo, per quel comportamento che avevamo, o per quel modo di pensare. Qualcuno, nel passato, ci ha detto che quell’azione era sbagliata. Oggi, quel qualcuno che era fuori di noi, nel passato, è entrato dentro di noi ed è diventato una voce interna che continua a ripetere le stesse cose.
È fondamentale, è cruciale riuscire ad assimilare e a comprendere questo meccanismo. Perché abbiamo l’opportunità, in questo modo, di iniziare a trattare il nostro giudice interiore – quella parte di noi che costantemente ci fa sentire sbagliati e in colpa in moltissime circostanze della vita – non come un nemico da combattere o abbattere. Al contrario, possiamo iniziare a trattarlo come se fosse davvero una parte di noi con la quale possiamo, e dobbiamo, iniziare un dialogo.
Il giudice interiore: una parte di noi nata per sopravvivere
Il senso di colpa, così come il critico interno che lo alimenta, non è qualcosa che possiamo semplicemente eliminare con uno sforzo di volontà. È una parte di noi che si è strutturata nel tempo. Si è formata per darci delle regole, quelle stesse regole che le sono state date a sua volta dai nostri genitori o dalle figure di riferimento. E, cosa ancora più importante, quella parte, con quelle regole, ci ha permesso di sopravvivere in un determinato ambiente familiare.
Cosa intendo per “sopravvivere”? Facciamo un esempio che, in realtà, è molto più diffuso di quanto si possa pensare. Immaginiamo un bambino con un’energia vitale straripante, un bambino iperattivo, sempre in movimento, che fatica a stare fermo e ad essere attento, che ha un bisogno costante di giocare, di uscire, di correre, di fare anche con le mani. Questo bambino incontra dei genitori che, al contrario, sono molto inquadrati, disciplinati, ordinati, attentissimi all’igiene, per i quali le regole sono la cosa più importante di tutte. Si sta seduti in un certo modo, bisogna stare in silenzio, si cammina piano, tutto deve essere al suo posto.
Immaginate l’impatto di queste due energie così diverse e in contrapposizione. Un bambino con una vitalità pazzesca e un genitore con una disciplina interna altrettanto pazzesca che cerca di controllare il bambino. Punto primo: il genitore, essendo più forte e avendo più potere sul bambino, ci riuscirà sicuramente in parte. Secondo: in realtà, cercando di disciplinare il bambino in quel modo così stringente, il genitore sta anche cercando di sentirsi lui stesso all’altezza di quell’energia vitale così prorompente, che magari inconsciamente lo spaventa o lo mette a disagio. E il bambino, che ama profondamente il genitore e non può assolutamente vivere senza il suo amore e la sua accettazione, piano piano cambierà se stesso. Si adatterà a quella disciplina, reprimerà la sua spontaneità per conformarsi alle aspettative e ricevere quell’amore di cui ha disperatamente bisogno.
È importante mettere tutto questo nelle giuste proporzioni. Un certo grado di contenimento, di regole, di apprendimento del buon comportamento è assolutamente funzionale alla crescita e all’integrazione sociale. Ma un eccessivo controllo e una repressione eccessiva degli impulsi e della spontaneità e naturalezza tipiche del bambino possono, al contrario, creare dei danni profondi e duraturi.
La trasgressione e il senso di colpa
Ecco, questo tipo di incontro tra l’energia vitale del bambino e le regole (a volte eccessivamente rigide) dell’ambiente ha un impatto importantissimo dentro di noi. Va a determinare profondamente il nostro modo di comportarci nella vita adulta e nelle nostre relazioni con gli altri. Perché? Perché continueremo ad andare alla ricerca costante dell’accettazione dal mondo, nel modo in cui l’abbiamo trovata la prima volta, o comunque nei primi anni di vita. Se io mi comporto in questo modo (quello che ho imparato per essere accettato), allora e solo allora gli altri mi vorranno bene, gli altri mi accetteranno, gli altri mi includeranno. Questa è la base, l’impronta iniziale.
Il senso di colpa, quindi, nasce e scatta tutte le volte che io, dentro di me, trasgredisco quelle regole antiche. Quelle regole che, a livello inconscio, credo mi abbiano permesso di farmi amare da mamma e da papà, o dalle altre figure di riferimento che popolavano il mio mondo nei primi anni di vita.
Questa trasgressione non è solo comportamentale. Può avvenire sia in termini emotivi che in termini mentali. Moltissime persone si sentono in colpa anche per i sentimenti che provano, per le emozioni che affiorano dentro di loro. Si sentono in colpa perché magari si rendono conto di avere una scala di valori diversa da quella che gli è stata impartita dalla famiglia d’origine, o perché avvertono bisogni diversi da quelli che hanno visto e sperimentato nel contesto familiare in cui sono cresciuti.
Ora, il nostro è un cammino di crescita, di evoluzione continua, di sviluppo e moltiplicazione dei nostri talenti. Ma è anche, e forse soprattutto, un cammino di grande accettazione di sé. Perché se io continuerò a sentirmi sbagliato nella mia spontaneità, nella mia autenticità, nella mia verità più profonda, diventa estremamente difficile moltiplicare, esprimere e far fiorire i miei talenti. In realtà, li sto costantemente reprimendo, li sto soffocando sotto il peso del giudizio e della colpa.
Il senso di colpa, in sintesi, è una conseguenza, è un effetto di un grave giudizio interno che abbiamo maturato fin dai primissimi anni di vita. Il senso di colpa è un sintomo, non è la causa originaria del nostro disagio.
Quando ci sentiamo in colpa per aver detto qualcosa che riteniamo “sbagliato”, per esserci comportati in una maniera che giudichiamo non consona o inadeguata a una certa circostanza, dobbiamo imparare a riconoscere e a prefigurare dentro di noi dei veri e veri “personaggi”, delle parti interne, e iniziare a entrare in relazione con loro.
C’è, innanzitutto, la parte che ha agito spontaneamente. Quella parte che, magari per un impulso, per un desiderio autentico, ha “trasgredito” per prima quelle regole antiche acquisite nel passato. Solitamente, questa è una parte che ha a che fare con la nostra vitalità. Sì, proprio la nostra energia vitale di base. Perché il senso di colpa che deriva da un giudizio si aggancia spesso all’energia aggressiva e all’energia sessuale, intese in senso ampio, come la nostra forza propulsiva, quella spinta che ci permette di superare gli ostacoli, di affrontare le sfide, di “scalare le montagne”. Questa energia vitale, spesso, è stata contenuta, a volte in modo eccessivo, durante l’infanzia.
Quindi, tutte le volte che noi saremo spontanei, che agiremo seguendo la linea del nostro impulso, del nostro piacere autentico, ecco che scatta la colpa. Dentro di noi succede questo: una parte agisce in modo spontaneo, seguendo la sua vitalità. Subito dopo, ne arriva un’altra (il giudice interiore) che gli dice: “Tu sei sbagliato. Se tu ti comporti in questo modo, non vai bene, le persone non ti vogliono bene, non sei accettabile, non non sei accolto, non sei amato.”
Dialogare con le nostre parti interne
Allora, qual è la soluzione a questa relazione interna così scomoda, così sofferente, che ci imprigiona nel senso di colpa? La soluzione, il primo passo fondamentale, è ricordarci che questa voce che ci sta dicendo che noi siamo sbagliati assomiglia alla voce di qualcuno del nostro passato. Potrebbe essere la voce di mamma, di papà, dei nonni, o di tutte queste figure insieme.
Il primo pensiero, quindi, è un’indagine interiore: ma chi è che ragionava così in casa mia? Chi è che aveva questi valori? Chi è che si comportava in questo modo? Riconoscere l’origine di quella voce ci aiuta a comprendere che per amore, e perché la coscienza si sviluppa proprio in questo modo assorbendo l’ambiente circostante, abbiamo assorbito quelle voci interiorizzandole, facendole nostre, trasformandole in una sorta di guida interna che crediamo ci indichi il sentiero “giusto” da seguire.
Il secondo passo, altrettanto importante, è chiederci: chi è questa parte che invece ha contraddetto, si è ribellata agli ordini impartiti, agli ordini ricevuti? Chi è questa parte che ha osato agire in modo spontaneo, seguendo la sua vitalità, anche a costo di “sbagliare” secondo le vecchie regole? È fondamentale iniziare a dialogare anche con quella parte, a darle spazio, ad ascoltarla. Perché quella parte, che apparentemente è quella che ci mette nei guai facendoci sentire in colpa, in realtà è una parte vitale di noi. È quella parte che, nella sua “trasgressione”, sta cercando disperatamente la propria autenticità, la propria verità, la libertà di esprimere la sua forza e la sua spontaneità.
Comprendere queste dinamiche interiori, riconoscere le voci del passato che risuonano in noi come giudizio, e dialogare con le nostre parti – sia quella che giudica che quella che si ribella per cercare autenticità – è il percorso per liberarsi dal peso schiacciante del senso di colpa e per riconnettersi con la nostra piena vitalità e spontaneità.