libero da Smettere di pensare, smettere di sentire
La verità non cerca schieramenti
La differenza tra capire e cambiare è abissale, eppure per qualcuno le due cose si confondono. Molte discipline insegnano a saper stare in contatto con le emozioni, con il sentire, perché il vero cambiamento avviene quando stiamo in profondo ascolto di un’esperienza emotiva, senza giudicare e senza interpretare. Il chè sarebbe un’azione di fondamentale importanza a prescindere, da praticare ogni giorno. Il processo alchemico che scaturisce da quella sosta nel disagio libero da obiettivi e condizionamenti, permette la trasmutazione delle emozioni e il passaggio verso una nuova dimensione di vita, più libera e più autentica.
Altre discipline, invece, promuovono un lavoro più mentale, più cognitivo, che aiuta la persona a conoscere i fatti, ricostruire la propria storia, dare un nome e un senso alle esperienze, circoscrivendo il vissuto emozionale a uno spazio ridotto e a un’esperienza più rapida.
Nessuna delle due, presa come unica via, è corretta e sufficiente. Il lavoro terapeutico deve necessariamente includere entrambe le esperienze e, soprattutto, adattare l’approccio alla persona che si ha di fronte.
Quando la mente diventa contenitore
Nei casi in cui i soggetti sono molto emotivi, l’utilizzo della mente è funzionale a creare un contenitore adeguato a gestire la sopraffazione, a dare un senso e una logica che stemperano il dolore, a spostare la persona dall’affogare nelle emozioni al ridimensionarle, utilizzando altri strumenti psichici. La mente crea ordine e significato, e ci permette una relazione ordinata con le esperienze passate ancora troppo dolorose. La regolazione delle emozioni è davvero di primaria importanza.
Un sistema nervoso autonomo già saturo per molteplici eventi di sopraffazione non elaborati non avrà lo spazio e le risorse interne per elaborare e liberarsi della memoria traumatica. Anzi, la reminiscenza, la catarsi, lo sfogo estremo non faranno altro che confermare la traccia traumatica già inscritta nel sistema.
Perché non si guarisce da soli
E sicuramente non è un processo che si può affrontare in solitudine, in autonomia, tra le proprie quattro mura domestiche, soprattutto all’inizio. Mi vengono in mente almeno tre motivi validi (ma ce ne sono altri, che descriverò in separata sede) per cui questa idea di “fare da sé”, sperimentando da soli il dolore, spesso non può avvenire, ed è spesso più dannosa oltre che inefficace.
- Esistono i meccanismi di difesa che, come il termine stesso indica, difendono e proteggono. Possiamo essere arguti e intelligenti quanto vogliamo, sensibili e profondi, ma se la nostra psiche giudica un contenuto troppo drammatico e pericoloso, lo rimuove, e noi viviamo la nostra vita come se quell’elemento non esistesse. La rimozione è il primo e più importante meccanismo di difesa, proprio perché ha la funzione di eliminare dalla mente conscia gli elementi intollerabili e ingestibili. L’unico modo per contattarli e farli emergere è attraverso tecniche specifiche o il lavoro sui sogni.
- La relazione terapeutica è efficace perché la controparte — l’operatore o il terapeuta — permette la costruzione di un campo vivente coscienziale, uno spazio con stimoli ed elementi di supporto, anche sotto la soglia di coscienza, che facilitano il lavoro di consapevolezza e guarigione. Il professionista possiede comunque degli strumenti che possono aiutare la persona a orientarsi nel processo terapeutico, e a tollerare i momenti di forte disagio. Egli rappresenta non solo un buon contenitore e una guida, ma anche una risorsa energetica. Chiaro è che la persona — paziente o cliente — deve comunque “volere” il cambiamento, la guarigione, la trasformazione. Deve impegnarsi e metterci del suo. Il lavoro non lo fa il professionista: lo fa sempre la persona.
- È nella dualità, nella relazione, che l’essere umano cresce e sviluppa risorse. Nell’arte di vivere, il saper stare da soli non vale meno del saper stare in relazione. La relazione terapeutica non è solo funzionale a creare un campo di coscienza esperienziale o un cuscinetto di salvataggio: rieduca, implicitamente, a ristabilire nuove modalità di relazione, a correggere e a inscrivere nella memoria implicita un modello di relazione sana — l’esperienza di stare di fronte a qualcuno che accoglie senza giudicare, che è lì per noi, e che può facilitarci la comprensione di eventi che non hanno nulla di logico e di tollerabile nel nostro vissuto. Le competenze e le qualità dell’operatore possono sanare, nel profondo e in silenzio, il nostro sentirci adeguati in questo mondo, al posto giusto nella vita, degni di ricevere uno sguardo inclusivo e accettante, al sicuro in una relazione.
A chi si può chiedere di “sentire”
Tornando al “non pensare ma senti e ascolta”: forse occorre sapere a chi si rivolge questo mandato.
Le emozioni, quando disregolate, difficilmente sono di aiuto, nemmeno con tutta la buona volontà di stare nel processo per alchimizzare e trasformare. Certo, l’allenamento aiuta sempre, come in ogni altra attività — la pratica rende perfetti — purché si sappia cosa si sta facendo e con quale contenuto. Dire a una persona con un temperamento malinconico, o in una fase depressiva della vita, di stare a contatto con le proprie emozioni e con il sentire equivale a picchiarla — sì, dico picchiarla, perché il dolore e la depressione diventano davvero fisici. Il corpo accusa il colpo: non solo sviluppa malattie in risposta a eventi di sopraffazione non elaborati, ma genera anche veri e propri momenti di dolore fisico, come quando si cade dalle scale. Si deve fare un po’ e un po’, come una danza tra gli elementi. Un po’ di emozione, un po’ di comprensione.
Quando la catarsi conferma il trauma invece di scioglierlo
Un pericolo ancora più grande è proprio la riconferma dell’esperienza traumatica attraverso la catarsi o l’accesso aggressivo al piano delle emozioni. Se una persona rivive un evento con la stessa intensità emotiva e fisiologica dell’epoca in cui si è generato, non sta guarendo nulla: sta innescando gli stessi processi neuronali e fisiologici che hanno generato il trauma, ripercorrendo lo stesso circuito di attivazione, rivivendo e confermando l’esperienza con la stessa paura e la stessa impotenza. Nel Somatic Experiencing di Peter Levine si affrontano gli stati di attivazione contenendo l’esperienza somatica, lavorando su piccole parti e piccole scariche emotive e sensoriali in dosi omeopatiche, pendolando tra spazi di attivazione e spazi di lentezza e calma. Questo crea un contenitore via via più stabile, e l’esperienza totale del trauma non avrà più l’effetto devastante che poteva avere inizialmente. La rinegoziazione dell’evento sopraffacente, attraverso la titolazione e il pendolio, permette la costruzione di nuove connessioni neuronali, che restituiscono non solo nuova forza vitale e nuova linfa, ma anche una visione più creativa e matura in alcuni ambiti esistenziali e, soprattutto, il proprio potere personale e la fiducia in se stessi e nel proprio modo di essere. Nella Psicosintesi Somatica Integrata, a questo lavoro profondo e raffinato sulla fisiologia si aggiunge la disidentificazione e il lavoro sull’io, sull’osservatore e sulla presenza. Mentre si elaborano le esperienze di sopraffazione, si fortifica il proprio senso di “autoidentità”, disidentificandoci dall’esperienza — il che ricorda, implicitamente, che noi non siamo né l’esperienza, né il trauma, né il dolore, ma un “Io”.
I limiti del solo lavoro mentale
Tornando al tema: anche il solo lavoro mentale non può bastare. La mente coordina, chiarisce, dettaglia e ricostruisce una biografia che è essenziale. La mente e il cervello, soprattutto dopo le esperienze traumatiche, perdono frammenti di ricordi, perdono il senso di continuità, e questo porta la persona a vivere una realtà falsata, frammentata, illusoria, perché cercherà di colmare quei vuoti narrativi e di adattarsi alla mancanza di senso. Laddove c’è una sopraffazione importante e reiterata, parti del sé si perdono nel tempo e nello spazio, generando dissociazioni e scissioni importanti. Il dolore non può che amplificarsi così, proprio perché l’eco dell’angoscia, della disperazione o della paura resterà sempre intorno, come un fantasma di cui si sente l’esperienza ma non se ne vedono le forme.
Troppa mente esclude l’integrazione delle altre parti, soprattutto laddove i traumi sono tanti e profondi. Chiaramente, ci sono persone a cui bastano dei buoni stimoli cognitivi perché la loro psiche cominci a mobilitare altre risorse emotive e fisiche che porteranno al cambiamento. Quindi, alla fine della fiera, dipende da persona a persona, e la coscienza non ammette né sprechi né separazioni. Tutta la psiche — emozioni, mente e corpo — è funzionale e importante per la coscienza, che per definizione cerca l’espansione e l’integrità.
Conoscere se stessi come primo passo
Il mentale non è solo la soddisfazione di una sete di conoscenza, o il sollazzarsi tra significati e razionalizzazioni — anche questo varia da soggetto a soggetto. Molto spesso, il lavoro cognitivo aiuta a ricordare e a conoscere profondamente parti di sé, come prodromo di un lavoro di accettazione e assimilazione profonda. Il “contenitore” di cui parlavo prima si amplia anche attraverso un buon lavoro di conoscenza di sé e di consapevolezza. Si impara a tollerare maggiormente la propria storia e gli elementi emotivamente pregnanti. Assagioli diceva: “conosci, possiedi e trasforma te stesso”. Spesso, in un percorso terapeutico, è fondamentale che il primo approccio sia di conoscenza di sé e dei propri elementi psichici consci.
Per concludere…
Forse la vera domanda non è se affidarsi al pensiero o al sentire, ma imparare a riconoscere, momento per momento, di cosa quella parte di noi ha davvero bisogno in quell’istante. C’è chi ha bisogno di più struttura mentale per non affogare, chi ha bisogno di più spazio emotivo per non irrigidirsi ulteriormente. Non esiste una formula uguale per tutti, perché la coscienza, come dicevamo, non ammette sprechi né separazioni: userà sempre la strada più utile a quella persona, in quel momento del suo percorso.
Ciò che resta fermo è la danza. Un po’ di emozione, un po’ di comprensione, un passo alla volta, senza fretta di arrivare a una sintesi definitiva. È in questo movimento continuo — mai risolto una volta per tutte — che il “conosci, possiedi, trasforma” di Assagioli trova il suo significato più vero.
Aggiungo, in conclusione, che il lavoro terapeutico profondo, di consapevolezza e guargione, non è una tappa obbligata per tutti. La coscienza umana segue un ritmo intrinseco di equilibrio fino a che può farlo da sé. Talvolta, certe guarigioni, comprensioni ed evoluzioni, avvengono nel tempo senza troppo lavoro agito di proposito e molte esistenze non hanno nè lo scopo nè la possibilità (energetica) di fare davvero un passaggio nello studio del professionista. Saper accogliere la diversità di ogni essere umano è fondamentale per tutti e aiuta a costruire un mondo fatto di bellezza e amore.